English

Uliveto Masseria Frattasi

Home/News/Press review/Che delizioso vitigno la Falanghina campana
Friday, 18 February 2005 08:33

Che delizioso vitigno la Falanghina campana

Che delizioso vitigno la Falanghina campana, e che bellissimo vino che bevo sempre con enorme piacere ! Talmente simpatica, questa varietà, facile da coltivare e generosa nelle rese, che negli ultimi anni in Campania ha finito con l’essere piantata un po’ dappertutto, in tutte le cinque province campane, e addirittura interpretata, talvolta, in una maniera che assomiglia parecchio ad uno stravolgimento.

Strane Falanghina stile Chardonnay

Basta assaggiare difatti determinate Falanghina, proposte da aziende che non si sa perché (o lo si sa bene, invece?) vanno, mediaticamente per la maggiore e riescono addirittura a piazzare i loro vini nella classifica dei Top 100 di Wine Spectator, per capire che con quei grotteschi sentori di banana vanigliata, dal carattere originale dell’uva, che evoca i fiori bianchi, la nocciola, la pesca, ci siamo allontanati anni luce.
Molte delle migliori interpretazioni della Falanghina, oggi, vengono dalla provincia di Napoli e dalla splendida area dei Campi Flegrei (voglio citare i vini di Grotta del Sole, Farro, Di Meo – Vini della Sibilla), ma non va dimenticato che se la Falanghina é oggi diventata un vitigno (e un vino) di successo e alla moda, é stato in gran parte per merito di alcuni tenaci personaggi che nell’altra grande macroarea dove il vitigno é da sempre presente, il Sannio beneventano, addirittura verso la metà degli Settanta, decisero di recuperare quest’uva, di vinificarla in purezza e di porre sul mercato vini che la vedevano protagonista.

Mustilli e la Falanghina di Giuseppe Frojo Tra di loro un pioniere indiscusso, come ricostruisce un libro interessantissimo che vi suggerisco, Falanghina edito da Franco Di Mauro Editore di Napoli, (www.francodimauroeditore.it - This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it che comprende il testo del 1876 dello studioso Giuseppe Frojo, dedicato a Il presente e l’avvenire dei vini d’Italia), é stato l’ingegner Leonardo Mustilli, patron dell’omonima ottima azienda di Sant’Agata dei Goti. Anche nel Taburno, però, nel cuore di un paesaggio che non mancò di affascinare anche Orazio e Virgilio, che lo descrissero nell'Eneide e Georgiche, non mancano dinastie che con la Falanghina intrecciano i loro destino da secoli. Una di queste dinastie è la famiglia dei Cecere Clemente che coltivano vigneti e producono vini sin dal 1576 e che negli anni Cinquanta del Novecento riuscirono a difendere il vitigno dalla scomparsa in una piccola enclave, dove la cultivar aveva resistito, su piede franco, alla fillossera, posta ai piedi del Taburno, tra Montesarchio e Bonea.

Masseria Frattasi

La cantina e l'azienda agricola, Masseria Frattasi, di questa famiglia oggi hanno sede in una masseria del 1179, ai piedi del Taburno, a Montesarchio, in provincia di Benevento e poco distante dall’avellinese e gran parte delle uve arrivano dal piccolo borgo di Bonea, posto proprio al centro (tra i distretti della Falanghina sannita e del poco distante Fiano irpino), della zona da cui proviene il 90% delle marze di Falanghina oggi piantate in tutto il vasto territorio campano. Accanto alla Falanghina ha spazio, in un vigneto di circa tre ettari posto a 450 metri di altezza, in frazione Bucciano di Montesarchio, solo l’Aglianico, da cui viene prodotto un rosso, l’Aglianico di Caudium, affinato per nove mesi in botti di rovere francese.
Collocato tra 350 e 400 metri di altezza, esposto a sud est e coltivato secondo il modello dell’agricoltura biodinamica, il vigneto (cinque ettari d’estensione) offre uve d’assoluta eccellenza che vengono vendemmiate a piena maturità ad ottobre e che l’enologo Maurizio Caffarelli, della scuola del celebre Luigi Moio, rispetta al massimo, lasciando che nel vino si sprigionino i profumi intensi del territorio.

Bevibilità assoluta ed un rapporto prezzo-qualità vincente Affinata esclusivamente in acciaio, con una resa per ettaro contenuta in 80 quintali, (contro le rese ben più generose che vanno bene a cantine sociali ed imbottigliatori), la Falanghina di Bonea di Masseria Frattasi, (esiste anche una seconda Falanghina, Donna Laura, fermentata e affinata in barrique, di Allier, Vosges e Never, e venduta a 7 euro e mezzo, che non ho ancora assaggiato e che sarà sicuramente ben fatta, ma che “filosoficamente” non mi attrae), si fa notare oltre che per il fantastico rapporto prezzo qualità (5 euro franco cantina) per una bontà e una bevibilità davvero strepitose.

Colore paglierino dorato, denso, grasso ma non ingombrante, appena versata la Falanghina di Bonea mostra nel bicchiere un carattere spiccato, un nerbo preciso, incisivo, un’estrema sapidità e un bouquet maturo e composito che da note di fiori bianchi come il gelsomino, o fruttate di pesca bianca, albicocca e di agrumi spazia al minerale, allo zolfo alla salvia a formare un insieme ben secco, diretto, avvolgente. La bocca si conferma all’insegna della pienezza, di una grande ampiezza, di una lunghezza e di un nerbo quasi “viperini” e di un’estrema ricchezza di sapore, di un frutto maturo che ricorda la nocciola, innervato da un’acidità calibrata che regala una persistenza lunga e golosa. Evviva la vera Falanghina signori miei, evviva i suoi più fedeli, ispirati interpreti come Pasquale Clemente e la sua famiglia!

Back to Top