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Tra i più intriganti vini bianchi italiani
L'Aglianico di Masseria Frattasi è divino ...
A Montesarchio l’aglianico è divino. Masseria Frattasi è la centenaria creatura della famiglia Cecere, da sempre impegnata nella viticoltura beneventana. Un’azienda che punta alla qualità e alla valorizzazione degli autoctoni, interpretati con grande personalità e carattere. Vino di punta è lo Iovi Tonant 2006, rubino intenso e un olfatto di travolgente intensità: mora, prugna, legna arsa, caffè e una balsamica liquirizia. La bocca è avvolgente, lunghissima, di grande corrispondenza olfattiva. Agnello al profumo di caffè in abbinamento. (di Alessio Pietrobattista) ©
Kapnios 2003 Aglianico Beneventano igp
VISTA 5/5 – NASO 24/30 – PALATO 25/30 – NON OMOLOGAZIONE 29/35
Dunque, facciamo un po’ il punto della situazione. Se mi ricordo bene in Italia abbiamo l’Amarone della Valpolicella nel Veneto, lo Sforzato o Sfursat valtellinese e il Sagrantino umbro. Questi sono i soli tre vini rossi secchi che si producevano in Italia fino a pochi anni fa, derivanti da uve appassite parzialmente sulla pianta e, soprattutto, in fruttaio. A dire il vero, l’Amarone ha un omologo dolce che si chiama Recioto e pure il Sagrantino ha una versione dolciastra. Adesso, comunque, a questi vini bisogna aggiungere anche il Kapnios beneventano, prodotto dall’azienda Masseria Frattasi di Montesarchio con uve Aglianico Amaro del Taburno prefillossera appassite. Un vino raro, introvabile e speciale, prodotto soltanto in alcune annate molto favorevoli.
Questa azienda, oggi retta dai fratelli Pasquale e Mauro Clemente, ha alle spalle una storia antica e ricca di avvenimenti. A cominciare dalla sede aziendale ubicata in una vecchia masseria ristrutturata del 1179 nel comune di Montesarchio. I Clemente discendono dalla famiglia Cecere, la quale già dal lontano 1576 coltivava le uve in questa zona, così com’è attestato dai registri conservati nel Palazzo d’Avalos a Napoli. Intorno al 1950 l’allora titolare della Masseria, don Antonio Cecere (nonno materno dei due fratelli Clemente), ha avuto il merito di salvare dall’oblìo la Falanghina in questo territorio, dove sopravvisse soltanto ai piedi del Taburno, tra Montesarchio e Bonea.
Tanto è vero che questa cultivar è chiamata proprio “Falanghina di Bonea”, per distinguerla da altri tipi territoriali. E’ allevata ancora a piedefranco ed in più le primitive marze sono emigrate proprio da qui, per essere utilizzate in tutta la Campania. Emblemi di questa produzione sono le due bottiglie denominate “Bonea”, con uve raccolte progressivamente fino ad ottobre inoltrato e, soprattutto, “Donnalaura Riserva” con le uve botritizzate raccolte nel mese di dicembre. In più, qui si pratica una coltivazione tutta con metodo biologico certificato.
Il Kapnios, che in lingua greca vuol dire affumicato e nell’antichità era già un vino citato da Platone e Plinio il Vecchio, viene vinificato soltanto in poche e fortunate annate, in cui l’Aglianico Amaro, dopo aver passato tutti gli esami, è ritenuto idoneo. Il millesimo 2003 è stato prodotto con appena 4.500 bottiglie. La forma di allevamento del vitigno è a raggiera, con storiche e vecchie piante che crescono su un terreno ricco di rocce sedimentate di dolomie, calcare e marne. Le uve vengono vendemmiate a mano già surmature a fine novembre e poi lasciate appassire per tre mesi in fruttaio all’aperto (per evitare le sgradevoli muffe dei locali ad aria condizionata), appese su fili di nylon. Dopo esse vengono pigiate e fermentate in parte in acciaio, con macerazione pellicolare per trenta giorni a temperatura controllata. L’affinamento avviene in barriques nuove di rovere francese di Allier, Nevers e Vosges a tostatura forte e media per oltre tre anni. Poi il vino riposa ancora altri dodici mesi in bottiglia nella nuova cantina interrata di oltre 1.000 metri quadrati, con umidità e temperatura costanti durante tutto l’arco dell’anno. La gradazione alcolica tocca i 14°.
Il colore di questo vino è un impenetrabile rosso cupo, con lampeggianti riflessi granata. Appena aperta la bottiglia bisogna aspettare alcuni minuti prima che si sveli al naso un bouquet ampio e avvolgente, con sentori inebrianti di frutta rossa matura e di sottobosco, come la prugna, le more e i lamponi, accompagnati da note balsamiche, eteree e di fiori rossi appassiti, marasche e ciliegie sotto spirito. E poi aromi terziari che evidenziano, boisé, tabacco, goudron e spezie. In bocca la notevole nota calda, data dall’alcol, e l’intensa struttura tannica sono bilanciate da un’ottima acidità, che rinfresca il palato. E’ potente, vellutato, succoso, persistente ed elegante. Il finale è appagante e richiama le primitive sensazioni fruttate. Un vino, quindi, tipo Amarone di Dal Forno o Quintarelli, completo, armonico e strutturato, perfetto da abbinare ad una cucina ricca e sostanziosa, come la cacciagione da pelo, stinco di maiale, grigliate di carni e formaggi stagionati. Pur essendo un vino già fondu, se si riesce a resistere al desiderio di berlo subito, conviene comprarlo adesso (vista la poca disponibilità di bottiglie in commercio) e lasciarlo beatamente riposare in cantina ancora per altri cinque o sei anni, perché è ancora charpenté. Ne vale veramente la pena, credetemi.
Enrico Malgi
Me l’ha consigliato un caro amico bergamasco, Luca Castelletti dell’Enoteca di Ponte S. Pietro, vero talent scout di vini. Lui, infatti, non si accontenta di avere una cantina storica piena zeppa di bottiglie e distillati d’annata, con alcuni pezzi unici introvabili, come l’inestimabile Cognac del 1868 appartenuto, nientemeno, che a Napoleone III.
Luca è uno scopritore di talenti in piena regola, un cercatore di vini ancora poco noti che come outsiders si classificano, spesso, ai primi posti dei concorsi vinicoli nazionali e stranieri. Leggi l’intervista qui.
E’ grazie a lui se ho scoperto il Kapnios 2003 della Masseria Frattasi, Aglianico amaro del Taburno 100%, che ho portato a cena a casa della mia amica Sara, autrice della foto. Si tratta di un vino le cui origini sono antichissime, citato nientemeno nel Naturalis Historia da Plinio e nell’Ateneo I da Platone, antenato del Cabernet e Aglianico affumicato del Taburno. L’appassimento delle uve su graticci conferisce al vino delle note del tutto particolari, che lo fanno lontanamente assomigliare al più noto Amarone della Valpolicella, ma con meno nerbo.
Cecere Clemente è il titolare di questa azienda che produce dal 1779, ma che solo relativamente da poco tempo ha cominciato a imbottigliare in proprio. L’azienda è in una masseria del 1179, ai piedi del Taburno, a Montesarchio. Ci troviamo a due passi dall’avellinese, in provincia di Benevento, da dove partirono le viti per ripopolare di Falanghina i vigneti messi in ginocchio dalla fillossera che a fine ’800 distrusse gran parte della vitis vinifera sativa, altrimenti detta vite europea. In cantina c’è l’enologo Maurizio Caffarelli che viene dalla scuola del celeberrimo enologo campano Luigi Moio, specializzato al Laboratoire de Recherches sur les Arômes dell’Institut National de La Recherche Agronomique di Dijon.
Caffarelli ha imparato bene la lezione, rispettando il territorio e curando con cura maniacale antiche vigne, poste tra i 500 e i 700 m slm. Gli aromi del Kapnios 2003 ci sono tutti, fini, eleganti, talvolta inaspettati. Il vino è di un bel rosso rubino impenetrabile, con profumi di confettura di mirtilli e prugne disidratate che si intervallavano splendidamente, al palato, ad aromi di cioccolto e ciliegie sotto spirito (i boeri!). In bocca è morbidissimo, avvogente, con tannini saudenti e note di caffè e cioccolato fondente. Insomma proprio un bel vino che noi abbiamo accompagnato alla faraona alla romana di Sara.
La stessa azienda produce anche l’Aglianico Iovi Tonant, uscito quest’anno con la Riserva 2006, il Taburno Falanghina Donnalaura, che dicono essere splettacolare, il Nymphis Sacrae da vitigno Coda di Volpe, un Passito di Moscato, ed altri vini sempre da Aglianico. Questo per amor di cronaca perchè, ahimé, questi vini non sono ancora passati dal mio bicchiere! Se qualcuno li avesse provati, mi dica come li trova!
Abbinamento regionale:
Il Kapnios 2003 può essere abbinato a tutti i secondi piatti tradizionali della cucina campana, ma è l’ideale con il capretto in agrodolce dell’Irpina e il capretto uova e cacio Irpino stagionato in grotta.
Donnalaura sale sul podio dei bianchi
Galleria
Solare e profumata: Donnalaura è il vanto della sua terra
In provincia di Benevento un'azienda biologica produce una falanghina che riscatta una regione bella e dannata.
E' bello sentir parlare Pasquale clemente della sua campagna e della vigna. "Da ambientalista malato, mi sento un pò frustrato a parlare di coltivazione ecocompatibile in una regione così amata e così dannata". La sua famiglia possiede un'azienda che data, secondo i documenti, dal 1576. Intorno alla masseria del 700, a 500 metri, vivono vigne vetuste (50 anni le più giovani). Pasquale dirige un giornale (La Gazzetta di Caserta) ma passa ogni minuto libero in campagna. I vini: due etichette di Aglianico, una di Fiano, una di Passito di Moscato di Baselice e tre di Falanghina, varietà tipica delle pendici del Taburno. Questa è la selezione Donnalaura. Vendemmia a fine ottobre, maturazione di sei mesi in legno di rovere e acacia ed affinamento in vetro, è una falanghina matrona. Luminosa e solare nel colore, profumi caldi di frutti estivi ed esotici, potente e raffinata al palato, rotonda e armonica, di lunga persistenza. A Milano da Scarpitti, a napoli da Cimafonte sui 12-14 euro.
Che delizioso vitigno la Falanghina campana
Che delizioso vitigno la Falanghina campana, e che bellissimo vino che bevo sempre con enorme piacere ! Talmente simpatica, questa varietà, facile da coltivare e generosa nelle rese, che negli ultimi anni in Campania ha finito con l’essere piantata un po’ dappertutto, in tutte le cinque province campane, e addirittura interpretata, talvolta, in una maniera che assomiglia parecchio ad uno stravolgimento.
Strane Falanghina stile Chardonnay
Basta assaggiare difatti determinate Falanghina, proposte da aziende che non si sa perché (o lo si sa bene, invece?) vanno, mediaticamente per la maggiore e riescono addirittura a piazzare i loro vini nella classifica dei Top 100 di Wine Spectator, per capire che con quei grotteschi sentori di banana vanigliata, dal carattere originale dell’uva, che evoca i fiori bianchi, la nocciola, la pesca, ci siamo allontanati anni luce. Molte delle migliori interpretazioni della Falanghina, oggi, vengono dalla provincia di Napoli e dalla splendida area dei Campi Flegrei (voglio citare i vini di Grotta del Sole, Farro, Di Meo – Vini della Sibilla), ma non va dimenticato che se la Falanghina é oggi diventata un vitigno (e un vino) di successo e alla moda, é stato in gran parte per merito di alcuni tenaci personaggi che nell’altra grande macroarea dove il vitigno é da sempre presente, il Sannio beneventano, addirittura verso la metà degli Settanta, decisero di recuperare quest’uva, di vinificarla in purezza e di porre sul mercato vini che la vedevano protagonista.
Mustilli e la Falanghina di Giuseppe Frojo Tra di loro un pioniere indiscusso, come ricostruisce un libro interessantissimo che vi suggerisco, Falanghina edito da Franco Di Mauro Editore di Napoli, (www.francodimauroeditore.it - This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it che comprende il testo del 1876 dello studioso Giuseppe Frojo, dedicato a Il presente e l’avvenire dei vini d’Italia), é stato l’ingegner Leonardo Mustilli, patron dell’omonima ottima azienda di Sant’Agata dei Goti. Anche nel Taburno, però, nel cuore di un paesaggio che non mancò di affascinare anche Orazio e Virgilio, che lo descrissero nell'Eneide e Georgiche, non mancano dinastie che con la Falanghina intrecciano i loro destino da secoli. Una di queste dinastie è la famiglia dei Cecere Clemente che coltivano vigneti e producono vini sin dal 1576 e che negli anni Cinquanta del Novecento riuscirono a difendere il vitigno dalla scomparsa in una piccola enclave, dove la cultivar aveva resistito, su piede franco, alla fillossera, posta ai piedi del Taburno, tra Montesarchio e Bonea.
Masseria Frattasi
La cantina e l'azienda agricola, Masseria Frattasi, di questa famiglia
oggi hanno sede in una masseria del 1179, ai piedi del Taburno, a
Montesarchio, in provincia di Benevento e poco distante
dall’avellinese e gran parte delle uve arrivano dal piccolo borgo di
Bonea, posto proprio al centro (tra i distretti della Falanghina
sannita e del poco distante Fiano irpino), della zona da cui proviene
il 90% delle marze di Falanghina oggi piantate in tutto il vasto
territorio campano. Accanto alla Falanghina ha spazio, in un vigneto
di circa tre ettari posto a 450 metri di altezza, in frazione Bucciano
di Montesarchio, solo l’Aglianico, da cui viene prodotto un rosso,
l’Aglianico di Caudium, affinato per nove mesi in botti di rovere
francese.
Collocato tra 350 e 400 metri di altezza, esposto a sud est e
coltivato secondo il modello dell’agricoltura biodinamica, il vigneto
(cinque ettari d’estensione) offre uve d’assoluta eccellenza che
vengono vendemmiate a piena maturità ad ottobre e che l’enologo
Maurizio Caffarelli, della scuola del celebre Luigi Moio, rispetta al
massimo, lasciando che nel vino si sprigionino i profumi intensi del
territorio.
Bevibilità assoluta ed un rapporto prezzo-qualità vincente Affinata esclusivamente in acciaio, con una resa per ettaro contenuta in 80 quintali, (contro le rese ben più generose che vanno bene a cantine sociali ed imbottigliatori), la Falanghina di Bonea di Masseria Frattasi, (esiste anche una seconda Falanghina, Donna Laura, fermentata e affinata in barrique, di Allier, Vosges e Never, e venduta a 7 euro e mezzo, che non ho ancora assaggiato e che sarà sicuramente ben fatta, ma che “filosoficamente” non mi attrae), si fa notare oltre che per il fantastico rapporto prezzo qualità (5 euro franco cantina) per una bontà e una bevibilità davvero strepitose.
Colore paglierino dorato, denso, grasso ma non ingombrante, appena versata la Falanghina di Bonea mostra nel bicchiere un carattere spiccato, un nerbo preciso, incisivo, un’estrema sapidità e un bouquet maturo e composito che da note di fiori bianchi come il gelsomino, o fruttate di pesca bianca, albicocca e di agrumi spazia al minerale, allo zolfo alla salvia a formare un insieme ben secco, diretto, avvolgente. La bocca si conferma all’insegna della pienezza, di una grande ampiezza, di una lunghezza e di un nerbo quasi “viperini” e di un’estrema ricchezza di sapore, di un frutto maturo che ricorda la nocciola, innervato da un’acidità calibrata che regala una persistenza lunga e golosa. Evviva la vera Falanghina signori miei, evviva i suoi più fedeli, ispirati interpreti come Pasquale Clemente e la sua famiglia!
Masseria Frattasi l'ora dell'amarone
“Masseria Frattasi” è una cantina, ma anche la fuga di un uomo dalla normalità. «I miei sono vini estremi», li descrive Pasquale Clemente, cronista anche di se stesso. L´amarone “Kapnios”, presentato al “Contadino” di Berardino, ha 5 anni. Il vitigno, tremila: Caburnica, l´antenato di cabernet e aglianico affumicato del Taburno, citato da Plinio il Vecchio. Vendemmia 2006, essiccazione all´aperto, 4 anni in barrique nuove, 15 gradi, solo 2000 bottiglie ma contese a 78 euro. Caldo, morbido, rosso possente, prodigio di dolce-amaro nel fruttato, scia fumé. I primi a servire “Kapnios”: Maurizio Cosma a Caserta (Locanda Battisti) e Angelo Caputo (La Campagnola) a Cancello Arnone. Vale i grandi rossi veronesi. Felice debutto dell´enologo Renato Ciaramella. Esce la Falanghina 2010 “Donna Laura”, raccolta a dicembre, adorabile follia, 10 euro.
Iovi Tonant, l’Aglianico di Masseria Frattasi
L’Aglianico del Taburno mostra i muscoli: a fare da contraltare al Taurasi di Molettieri, intendiamo la potenza, la concentrazione, l’alcol, la struttura, la freschezza, sinora c’era il Grave Morae di Libero Rillo. Adesso c’è lo Iovi Tonant, citazione di ciò che resta di una antica iscrizione latina in quella Valle Caudina dove i Sanniti umiliarono come mai nessuno le legioni romane. Prima ancora che del colore, rosso rubino intenso con unghia purpurea, dobbiamo citare la bottiglia scelta da Pasquale Clemente, viticoltore e giornalista, una borgognotta extra con cui si delizia, sempre nel Taburno, anche Paolo Cotroneo, e l’etichetta elegante in peltro, unica in Campania. Masseria Frattasi non è nuova a belle perfomances, del resto fummo i primi a scrivere della Falanghina di Bonea ripresa dall’enologo Maurizio Caffarelli, allievo di Luigi Moio, bianco saporito e di grande personalità come abbiamo verificato con il 2005 spendendolo sulla mozzarella aversana. Già, ma con questo caldo di cui si parla tanto su cosa mai si può bere l’imponente Aglianico riserva voluto da Pasquale? La risposta l’ho trovata con lui e altri amici in un ristorante fuori da tutti i consueti percorsi delle guide specializzate, la Campagnola a Cancello Arnone il cui proprietario, Angelo Caputo, è appassionato cacciatore di beccacce sul Massico. Oppure, ancora, su una costata di maiale nero preparata nel ristorante di Torre Gaia a Dugenta: insomma, siamo davvero in uno di quei casi in cui l’abbinamento consigliato alla selvaggina o a sapori assimilabili può essere la soluzione migliore. Sicuramente il millesimo 2003 non riesce ad ispirare vini eleganti in Italia, ma l’Aglianico riesce a controbilanciare con la freschezza e la mineralità alla eccessiva polposità del frutto di quella vendemmia: il bicchiere è vivace, lungo, intenso, con il finale asciutto e pulito, autorevole. Un «vinone», insomma, prodotto solamente in duemila bottiglie dal quale ci aspettiamo bella evoluzione e ulteriore elevamento verso interessanti sentori terziari mentre i tannini sono già stati felicemente risolti dall’enologo grazie all’uso dosato del legno. In tal modo Masseria Frattasi si conferma azienda di punta sul Taburno, un terroir sempre molto interessante, che dovrebbe puntare con decisione alla docg per ribadire come l’Aglianico ha molte possibili interpretazioni di territorio, tutte di grande successo. E questo non capita con molti vitigni autoctoni.






